05 dicembre 2016

Atta Girl - Everyone Loves You When You Were Still A Kid [ALBUM Review]

Abbiamo già avuto modo di lodare la cinese Boring Productions a proposito del bel disco dei Cheers Cheers uscito qualche mese fa. La label di Shenzen giustamente non sta con le mani in mano e adesso ci presenta una nuova band con un nome, Atta Girl, che risale in modo esplicito al titolo di una canzone degli Heavenly. 
Siamo in piena nostalgia Sarah Records quindi? Certo, ma i due Atta Girl anzichè saccheggiare lo stile del mitico gruppo di Amelia Fletcher sembrano virare verso le sfumature maggiormente dreamy della storica etichetta di Bristol: le morbidezze eleganti dei Blueboy, il jingle jangle dei Brighter, l'onirica elettricità statica dei The Sweetest Ache, l'attitudine acustica ed autarchica degli East River Pipe. 
Con l'approccio artigianale di ogni band bedroom pop che si rispetti, i due di Shenzen mettono in fila nel loro album di debutto (da titolo chilometrico e molto Sarah Records) dieci canzoni di floreale delicatezza, che prendono vita dagli intrecci delle chitarre e sinth e si colorano di melodie cantate (in cinese) con ostentata timidezza. Non tutto è perfetto, ovviamente, ma un pugno di episodi (spesso quelli più uptempo) sono davvero degli splendidi quadretti twee di sicura piacevolezza: Ueno Park, Leave, Softball Gloves, Clearer, Temperature


02 dicembre 2016

Allo Darlin' - Hymn On The 45 [SINGLE Review]

Per quanto lo scioglimento degli Allo Darlin' non sia una novità di oggi (Elizabeth ha ormai preso cittadinanza a Firenze dove insegna inglese, mentre i suoi tre compagni di viaggio si stanno dedicando a esperienze musicali diverse), leggere nero su bianco che Hymn On The 45 è l'ultimo singolo della carriera della band, non può che farci scendere una lacrima di commozione.
Il gruppo di Elizabeth Morris è stato un piccolo ma luminossisimo faro per l'indie pop dell'ultimo decennio e album come Allo Darlin' e Europe restano degli scrigni pieni di canzoni indimenticabili, baciate da quel songwriting brillante e da quella dinamica leggerezza jangly che sono, fin dagli esordi, il tratto distintivo del quartetto anglo-australiano.
Hymn On The 45 fa calare il sipario con lo stesso sorriso gentile e contagioso che hanno esibito da sempre i pezzi degli Allo Darlin', e il fatto che sia una delle canzoni migliori che abbiamo ascoltato nel corso del 2016, con il suo generoso uptempo, con il suo coro "Turn it up baby" che ti si stampa subito in testa, con il sax che dà al finale un simbolismo quasi antemico, ci fa già sentire una nostalgia bruciante della band prima ancora che sia del tutto consegnata alla storia.
Grazie di cuore di tutto Elizabeth, Bill, Paul, Michael. E arrivederci!


29 novembre 2016

Pastel Dream - Pastel Dream [EP Review]

Sicuramente dare alla propria band il nome Pastel Dream è una dichiarazione di intenti. Per ogni appassionato di indie pop c'è una referenza ai maestri scozzesi Pastels, e ovviamente c'è quella chiara promessa di melodie oniriche che ci fa sempre incuriosire. 
Caitlyn Whitfield e compagni, da Davis, California, non tradiscono le attese e con il loro omonimo EP di debutto mettono in fila quattro pezzi uno migliore dell'altro, concorrendo senz'altro al premio di rivelazione dell'anno. Dall'iniziale uptempo essenziale di Fall alle eleganti dilatazioni di Shell, dall'ipnotico e sensuale incedere di Memories alla rapida leggerezza di Miles Away, è un trionfo di chitarre jangly che rincorrono il proprio eco, ritmi che a tratti si fanno piacevolemente punk-pop, sinth discreti che allungano scie colorate dietro le melodie di sorniona dolcezza cantate con gentilezza da Caitlyn. 
13 minuti, non di più, ma abbastanza per fare alzare le antenne a qualsiasi nostalgico del C86 e dintorni. 


25 novembre 2016

The Seams - Meet The Seams [ALBUM Review]

Quest'anno, dopo un lungo periodo di inattività, sono tornati a pubblicare un album i Teenage Fanclub. E' stata una delusione, considerando che si sta parlando di vere divinità dell'indie pop. Motivo per cui ho deciso di non scriverne nulla sul blog, concentrandomi piuttosto su giovani band che dei maestri di Glasgow reinterpretano la lezione in modo fresco e più interessante. 
The Seams, quartetto di Toronto, sono tra queste. Il loro debutto Meet The Seams possiede in effetti lo spirito dei Fanclub di Bandwagonesque e di Songs From Northern Britain: melodico, dinamico, leggero, votato ad un guitar pop che affonda le radici negli anni '60 dei Byrds, nei '70 dei Big Star e negli '80 dei REM, artigianale ma curatissimo nei particolari, colorato da quella sottile voglia di psichedelia ed da quella ricerca di immediatezza che animava tanti gruppi dell'ondata brit pop (ADHD ha un'aura da Oasis prima maniera) o i primissimi Primal Scream. 
Sono indubbiamente bravi i quattro canadesi, sia quanado velocizzano i ritmi, sia quando li dilatano e giocano sulle sfumature (Alone). Manca forse un singolo che faccia alzare dalla sedia, ma abbiamo fiducia che arriverà la prossima volta.

 

21 novembre 2016

The Vernes - Frozen Lakes [SINGLE Review]

"Noi siamo una band, e queste sono canzoni" scrivono The Vernes sulla loro pagina di Bandcamp. Mai presentazione fu più esatta e, nella sua essenziale ironia, geniale. Quindi è di una canzone che comincio a parlare, Frozen Lakes, che è l'ultimo singolo del gruppo di Philadelphia. Non conoscevo The Vernes prima di imbattermi per caso in questo gioiellino, quindi è con una sana meraviglia e crescente curiosità che ho ascoltato e riascoltato il pezzo in loop almeno venti volte. Perchè Frozen Lakes è, molto semplicemente, una canzone pop. Una canzone d'amore (non corrisposto), per la precisione, che è un po' la linfa di tutto l'indie pop. C'è tutto quello che deve esserci: delle chitarre deliziosamente jangly, un fondo acustico di immediata spontaneità, una melodia che sembra pigra ma ti si attacca addosso con sorridente perfidia, una dinamica rotonda e circolare. Un po' La's, ma non così sopra le righe. Un po' Go Betweens, ma raffinati in una maniera diversa. 
Ovvio che Frozen Lakes mi è servito da chiave per spalancare la (ancora ridotta) produzione dei Vernes, ed è stata un'altra sequenza di piccole meraviglie, in verità dal tono piuttosto variegato, che non sai se collocare nella Nuova Zelanda garage pop dei Bats o in una California morbidamente psichedelica. Cito per dovere le cose più significative: innanzitutto la B side H.Roark, con il suo muro quasi dream pop (il lato A è Summer's Gone), e poi l'intero EP The Vernes, uscito in aprile, che può vantare un pugno di canzoni pop (Fcking Drones la mia preferita) dove elettricità e melodia si fondono in modo perfettamente personale e piacevole, con un'aria amabilmente stralunata e una capacità di songwriting sopraffina. 
Una band da scorprire e tenere d'occhio: sono davvero bravi!






 

17 novembre 2016

Scooterbabe - The Sorrow You've Been Toting Around [ALBUM Review]

Sono sempre molto curioso quando la Jigsaw Records fa uscire un nuovo disco. La label di Seattle in effetti è un piccolo scrigno indie pop che negli ultimi anni ha esplorato i diversi aspetti del genere pescando ottime band sconosciute di qua e di là dall'oceano.
E stavolta l'ultima scoperta della Jigsaw fa davvero centro e piazza la sua scommessa sul disco dell'anno. The Sorrow You've Been Toting Around, album d'esordio degli Scooterbabe, sfiora veramente quella perfezione artigianale che, ogni tanto, ci fa gridare al capolavoro.
La band di Athens, Georgia, aveva già pubblicato piccole cose semi-autoprodotte negli anni precedenti, riprendendole ora in parte per il debutto sulla lunga durata.
JJ Posway e compagni non sembrano avere un modello particolare cui ispirarsi, mettendo insieme immediatezza melodica ed obliquità indie, ruvida energia e malinconica delicatezza, momenti di puro, spontaneo e antemico entusiasmo uptempo e atmosfere di inquieto intimismo (spesso nello spazio della stessa canzone, vedi la spettacolare Scooterbabe 2, che idealmente è un po' una There Is A Light That Never Goes Out in stile garage pop). 
Con lo spirito essenziale e destrutturante dei primi Pavement, gli Scooterbabe portano a spasso l'ascoltatore attraverso percorsi tanto dinamici quanto accidentati che, a poco a poco, sfociano in ritornelli corali coinvolgenti e luminosi (e la voce di Jianna Justice qui è una mano santa), come succede ad esempio nel denso minuto e mezzo di Sick Spine, altra pietra miliare dell'album, e nella torrenziale cavalcata à la Neutral Milk Hotel di Our Last Game Of Chess
Ma in definitiva, al di là dei singoli pezzi, è proprio nella sequenza ininterrotta di idee, atmosfere sonore, suggestioni anche diversissime tra loro (intendiamoci, ci sono bozzetti folk acustici con viloncello e pianoforte inframezzati a schiaffi punk-pop), che sta la grandezza dell'album, tanto che è difficile alla fine della corsa non avere gli occhi spalancati e il fiato corto. 
Da non perdere per nulla al mondo.  


 

13 novembre 2016

Of Good Cheer - Of Good Cheer [ALBUM Review]

Non è certo un caso che sia il dolce tintinnio di un glockenspiel a introdurre Until We Reach Tomorrow, la canzone che apre l'omonimo disco di debutto degli Of Good Cheer. Tutto l'album del duo di Nashville è in effetti un mix riuscito di fragilità e concretezza, di delicatezza twee unita ad un'immediatezza melodica fatta di piccoli ritornelli memorabili (sono due giorni che canticchio One With You dopo verla ascoltata una volta) e di crescendo timidi ma risoluti. 
Jeff Miller e Caroline Williams si muovono, con la rispettosa ambizione di chi sa cosa sta facendo, nella dimensione elettro-acustica tipica delle tante male/female bands che affollano la scena folk-pop (dai celeberrimi She & Him ai misconosciuti ma bravissimi Innocence Mission) ma lo fanno con uno spirito assolutamente personale, ottenendo il massimo con il minimo della strumentazione: le due voci che si sovrappongono con morbida eleganza, la chitarra acustica, dei sinth dalla presenza sicura ma discreta, una ritmica essenziale che entra nei momenti giusti a dare forte dinamismo all'incedere cantilenante di quasi tutti i pezzi, un pianoforte che sottolinea i momenti di più aperto romanticismo (Nothing Is Sweeter). 
Il risultato sono dodici pezzi ugualmente belli che sembrano una celebrazione onesta, spontanea e quasi commovente della poetica delle piccole cose.
In definitiva Of Good Cheer è un piccolo grande tesoro nascosto nella provincia americana, in attesa di essere scoperto da ascoltatori non frettolosi. 
Consigliato di cuore. 


 

09 novembre 2016

Apartamentos Acapulco - Justo Y Necesario [EP Review]

Ormai non c'è più da sorprendersi del fatto che alcuni dei migliori gruppi dream pop della scena internazionale vengano dalla Spagna. Quest'anno in particolare gli album degli Espiritusanto (Algo Nos Va A Pasar) e dei Linda Guilala (Psiconàutica) hanno decisamente lasciato il segno. Così come lasciano il segno gli Apartamentos Acapulco, che hanno da poco completato il loro terzo EP Justo Y Necesario, ma hanno alle spalle un paio di pubblicazioni (Apartamentos Acapulco e Siete, usciti nel 2015) che vale davvero la pena di recuperare. 
Isamel Càmara e Angelina Herrera, i due titolari del progetto, hanno messo a punto nei loro tre EP uno stile piuttosto personale e definito, votato ad una commistione di dolcezza melodica (veicolata sulla morbida sovrapposizione delle voci) e atmosferici muri di elettricità shoegaze, fatti di chitarre più o meno riverberanti e sinth cromatici. Il modello degli Slowdive, fin dall'iniziale Scarlett, ovviamente è piuttosto palese (e c'è anche un po' di romanticismo psichedelico alla Spiritualized, vedi El Dia De La Primavera), ma ciò che emerge con forza - non solo nell'ultimo lavoro - è un talento di suggestione noise pop veramente notevole, ricco di misura ed eleganza.
Consigliatissimo.  


 

05 novembre 2016

Light Fantastic - Out Of View [ALBUM Review]

Ascoltando Rain On The Ocean, il pezzo che apre il disco di debutto dei Light Fantastic, restano pochi dubbi sulla provenienza californiana della band. E in effetti Terry Sowers e compagni non solo hanno residenza a San Francisco, ma incarnano - in versione indie pop - tutto lo spirito del suono West Coast: chitarre jangly rilassate e sornione, echi surf, profumi sixties, morbidezze crepuscolari, armonie vocali, grande cura per gli aspetti formali e giusto un'idea di psichedelia che però non influisce affatto sulla dimensione dei pezzi (fa eccezione la ciondolante ed ipnotica dolcezza di To The Center).
L'effetto, episodio dopo episodio di Out Of View, è quello di una piacevole, atmosferica, liquida atemporalità, veicolata da un gruppo di musicisti che all'esordio sembra già avere l'incedere sicuro dei veterani. A questo si aggiunge una indubbia capacità di songwriting che, nei momenti giusti, sa prendere la strada dell'immediatezza (Three Years Now, Collide) sempre spingendo sulla luminosa suggestione delle trame della fedele Rickenbacker di Sowers. 


 

30 ottobre 2016

Olive & The Pitz - Landlocked [EP Review]

C'è qualcosa di curioso e di speciale in East Bumblefuck, il primo singolo del primo EP di Olive & The Pitz. Le liriche cantate da Olivia Riggio concentrano una disperazione post-adolescenziale ed una potente maliconia da remota provincia americana (il titolo si riferisce ad un'espressione che noi tradurremmo "in culo al mondo" o qualosa di simile), porgendola però attraverso un guitar pop gentile, vagamente stralunato ed essenziale, così spontaneo nel suo crescendo di elettricità da generare un effetto ironicamente efficace e davvero coinvolgente.
Le 5 canzoni di Landlocked, debutto assoluto per il giovanissimo quartetto del Jersey, rivelano non solo un talento compositivo degno di attenzione (vedi ad esempio i raffinati cambi di ritmo di Bildungsroman), ma anche un'indubbia bravura nel maneggiare le chitarre, che creano trame jangly per nulla scontate attorno alla voce educata di Olivia. 
Olive & The Pitz si muovono in una dimensione cantautorale, ma hanno quello stesso spirito artigianale, intelligente, agrodolce e sbarazzino dei gruppi della K Records, capace di mettere insieme melodia e fervori indie.
Teniamoli d'occhio.