26 settembre 2016

Chook Race - Around The House [ALBUM Review]

La casetta suburbana che campeggia nella copertina di Around The House, secondo album degli australiani Chook Race, ci fa pensare che dietro le aiuole curate e i muri di mattoni ci sia un garage in cui la band prova e costruisce le sue canzoni. Insomma, ci fa pensare a quella dimensione casalinga che è connaturata all'indie pop e che suscita subito la nostra simpatia.
Al di là di questo, bisogna dire che fin dalle prime note di Hard To Clean, il pezzo che apre il disco, i Chook Race si fanno amare. Le chitarre partono jangly, poi si fanno via via più dense e dinamiche. Le voci del chitarrista Matthew Liveradis e della batterista Carolyn Hawkins si sovrappongono con una fluida naturalezza. La melodia è semplice e sorniona e ti si appiccica addosso senza colpo ferire.
Una formula che nei pezzi successivi - tutti ottitmi: Sometimes, Eggshells, At Your Door, etc. - sembra perfezionarsi sempre più, mantenendo quella dimensione artigianale (i suoni leggermente sporchi, la produzione essenziale) che si sposa alla grande con una perizia di scrittura e di esecuzione che i tre di Melbourne possiedono assolutamente. La marca di fondo è l'indie leggendario della Flyng Nun, dei Bats, dei maestri Go Betweens, ma i Chook Race hanno personalità da vendere e apparentemente non sbagliano un solo episodio.
Uno degli album imperdibili dell'anno. 


 

22 settembre 2016

Aüva - Aüva [ALBUM Review]

Non so perchè, ma mi piacciono molto le band che tentano di dare una definizione del proprio stile, magari in modo fantasioso (beh, sarà perchè così mi risparmiano il lavoro di etichettatura). Gli Aüva si auto-intestano come band di surfy psychedelic dream-pop. Traduciamo prima ancora di avere ascoltato la loro proposta musicale: chitarre scampanellanti, canzoni che amano qualche dilatazione, ricerca di atmosfericità sonora.
Ci siamo? Sì, decisamente. La band di Boston, Massachussets nel suo album di debutto non nasconde le proprie ambizioni e ha lavorato alla costruzione di un suono e di un mood generale che attualizzano in modo intelligente l'onda lunga del pop sixtie californiano (e non solo), reinventandolo in dieci raffinatissimi pezzi di brillante immediatezza.
Gli intrecci delle chitarre jangly sono onnipresenti, eleganti e tintinnanti come si deve. Ma il vero tratto distintivo degli Aüva è la complessa e levigatissima dimensione vocale del gruppo: le voci di Miette Hope, Jack Markwordt e Jake Levine si alternano, si mescolano, si fondono armonicamente in ogni canzone con una fluidità sorprendente, conferendo al tutto quel lato dreamy, sottilmente obliquo e sicuramente colto di cui si diceva sopra. Ne emergono canzoni di fascino potente: Ruby, Better, Impending Disaster (la mia preferita), Nothing Else, dove un denso dinamismo e una psichedelia notturna costruiscono trame complesse e sempre suggestive


 

18 settembre 2016

Candy - Waiting For U [ALBUM Review]

Sette mesi fa circa - era febbraio - usciva il terzo album di un artista di Melbourne che si fa chiamare Candy. Il titolo, Azure, sembrava alludere ad un'idea di leggerezza che, in effetti, era perfettamente testimoniata dal mood primaverile di canzoni concise e uptempo, intelligentemente jangly e ruvide quanto basta per dare l'impressione di una ricercatezza indie.
Calum Newton, il musicista che si cela dietro il nome Candy, non ha perso tempo ed è già pronto con il seguito di Azure, intitolato Waiting For U con un radicale cambio di colore in copertina e di umore nella musica. Fin dall'iniziale In A Room In St.Kilda, dove toni intimisti si fondono in modo bizzarro con un sinth invadente, Candy sembra rovesciare dal di dentro la irrequieta ariosità del disco precedente, insistendo su atmosfere più notturne ed oblique, pennellate da chitarre che sono ancora scampanellanti ma suonano più spesso in minore (ed echeggiano decisamente i Cure). 
Resta immutata ovviamente la naturale capacità melodica di Newton, che imprime un dna pop anche dove non te aspetti: nel carillon cristallino di Stranger Things, nell'immediatezza di Can't Pretend, nella luminosità stregata di Sleepy Hollow, nel toccante bozzetto acustico Aware, che si apre e si innalza in un finale quasi catartico


 

14 settembre 2016

Vansire - Reflections And Reveries [ALBUM Review]

Non c'è titolo migliore, per un album dream pop, di Reflections And Reveries. Josh Augustin e Sam Winemiller, i due giovani musicisti del Minnesota che hanno scelto di chiamare la loro band Vansire, sembrano in effetti aver creato quasi un concept album, costruito in modo che il primo (atmosferico) pezzo si intitoli non a caso Reflection e l'ultima ovviamente Reveries, a disegnare una sorta di viaggio dai confini vasti e sfumati come quelli proposti nella bella foto di copertina. 
I Vansire, fin dall'incisiva e ritmicamente complessa Pontchartrain, scelgono una strada personale ed efficace: chiarre densamente jangly, voci filtrate e sempre in secondo piano, melodie gentili che profumano di pop svedese e di Belle & Sebastian (ascoltate bene il pezzo citate e ditemi se la linea melodica non è Ease Your Feet In The Sea), dinamiche mosse ed echi suggestivi. Nel lotto ci sono anche episodi di indole diversa, dove affiora una psichedelia nostalgica ed un paesaggismo onirico (Water Boils su tutte), ma i Vansire sembrano dare il meglio quando le chitarre si fanno più appuntite, le canzoni si asciugano e i tempi si velocizzano: Montana Girl, Love You To, Postal Codes, The Life We Live sono pezzi davvero notevoli e trascinanti, che mostrano doti sopraffine. 
C'è molta carne al fuoco quindi in Reflections And Reveries e forse non tutto convince a pieno, ma ci sono cinque o sei cose davvero da applausi.



10 settembre 2016

Stephen's Shore - Ocean Blue [EP Review]

Spesso, dal nulla, ti capita in mano un disco che è una vera e propria gemma. In genere te ne accorgi dalle prime note. Poi, quando sei arrivato alla fine, rifletti sul nome della band/artista e - quasi sempre è così - ne cerchi qualche notizia su internet, visto che non l'hai mai sentito nominare prima. 
Sì, con i Stephen's Shore ovviamente è successo così. Le prime note solari, scampanellanti, totalmente luminose di Ocean Blue, con le sue chitarre jangly, con i suoi cori, con la sua perfetta circolarità, con il suo retrogusto di Field Mice, di Orchids, di Brighter. La meraviglia degli altri tre pezzi, che non re-inventano certo l'indie pop, ma ne interpretano lo spirito con una gentile esuberanza che strappa sorrisi. E l'immancabile ricerca su chi siano questi signori che hanno pubblicato uno dei migliori EP dell'anno. 
Stephen's Shore vengono da Stoccolma (eh, questi svedesi...!), sono in cinque, a occhio non mi sembrano dei novellini ma ufficialmente sono al disco d'esordio, incidono per la Cloudberry Records, che già di per sè è una garanzia. 
Il resto è già dichiarato: due canzoni che sono altrattanti prodigi guitar pop (quella citata e la conclusiva Let's Go Home, talmente fresca e leggera che per i 3:45 di durata potete anche fare senza l'aria condizionata in casa); altre due canzoni che rivelano notevoli doti di scrittura e quell'umore un po' sognante che è un must del genere.
Il disco ideale per questo ultimo caldo scorcio di estate: raccomandatissimo!



 

03 settembre 2016

The Cheers Cheers - Carinae [EP Review]

Bedroom Pop Rules The World recitava il titolo di una recente compilation della Boring Productions, etichetta bastata a Shenzen, in Cina. Sappiamo bene come il Giappone sia da sempre terra di conquista per l'indie pop, visto il gran numero di appassionati del genere. La Cina (ma in generale tutto il sud est asiatico, Indonesia per prima) si sta affacciando sulla scena in questi ultimi anni, quindi nessuno stupore se troviamo artisti cresciuti con i dischi della Sarah Records anche nelle metropoli dell'estremo oriente.
Wang Xiao Yu, frontman di una band chiamata City Flanker, è proprio uno di quegli artisti, e - così come gli ottimi compagni di etichetta, gli shoegazer Milkmustache (consigliamo l'EP Imagine Us Toghether) - sembra condividere l'approccio intimista, etereo, atmosferico alla musica da cameretta propagandato dalla propria label. The Cheers Cheers, progetto solista di Wang Xio Yu, è per il momento la migliore delle produzioni della Boring. Le canzoni dell'EP Carinae rivelano non solo una notevole capacità di scrittura, ma anche una gentilezza di tocco elettro-acustica davvero lodevole. Canzoni come l'iniziale suggestiva Midnight Canyon, la languida Strange You Never Knew, la fluida Candy (con quel tocco di janglytronic che ricorda Azure Blue) si nutrono di uno sguardo timido e malinconico non lontano da quello di Lisle Mitnik / Fireflies, che da un decennio è il vero principe del bedroom pop: melodie gentili, chitarre che si intrecciano, scie di sinth, quiete e intimismo.

28 agosto 2016

Manon Meurt - Manon Meurt [EP Review]

Originari di Rakovnik, una cittadina della Repubblica Ceca, i Manon Meurt hanno esordito con l'EP omonimo quasi due anni fa. Poi - complice forse anche uno show praghese di spalla ai My Bloody Valentine - il nome dalla band ceca ha cominciato a circolare fino ad arrivare alle orecchie della Label Obscura Records di Toronto, che ha saggiamente deciso di ristampare il disco, rendendolo finalmente disponibile per un pubblico mondiale.
I quattro Manon Meurt sono evidentemente dei discepoli dello shoegaze dei primi anni '90: si sente in ogni nota - o meglio in ogni distorsione - della mezz'ora del loro debutto. Tuttavia, a differenza di tante band che condividono gli stessi modelli, Káťa Elznicová e compagni sembrano davvero possedere una marcia in più. Fin dall'iniziale To Forget, i cechi mostrano - oltre a tutto il corredo chitarristico d'ordinanza, pennellate atmosferiche e muri di suono - una immediatezza melodica che li accomuna più al dream pop dolce e vigoroso dei Pains Of Beeing Pure At Heart che alle dilatazioni a mezze tinte di Slowdive ed epigoni vari. Ci sono anche qui, come è giusto che sia, momenti di etereo ed inquieto crepuscolarismo ('94, Until You Can, i sette sognanti minuti finali di Blue Bird), ma alla fine ciò che rimane più impresso sono i toni più luminosi, che un in pezzo splendido, arioso ed energico al tempo stesso, come In These Eyes trovano pieno e dinamico compimento. 



 

24 agosto 2016

Isola - Contain Your Youth [EP Review]

Sono sempre molto curioso quando mi imbatto in nuovo gruppo scandinavo, e il fatto che gli Isola abbiano lo stesso nome di un celebre album degli svedesi Kent non può che aggiungere interesse e simpatia nei loro confronti.
La Svezia, si sa, è terra di indie pop, ma la band basata a Uppsala non segue i canoni a cui siamo abituati in questo blog. La formazione conta ben sette membri (da quello che ho capito sono tutti studenti alla locale università) e la loro proposta musicale sfugge al guitar sound imperante per abbracciare uno stile piuttosto personale che ruota attorno al pianoforte di Johan Fallström, alla voce di Klara Gustafsson e al sassofono di Nathaniel Hovsepian, forse il vero marchio distintivo del gruppo.
Al di là di un discorso di genere - che non è facilissimo: diciamo che abbiamo a che fare con una dimensione di stampo cantautorale piuttosto onnivora - sono le canzoni stesse di Contain Your Youth a fare degli Isola un progetto degno di grande attenzione. Personalmente mi è bastato ascoltare il singolo Untreatable Optimism, quasi un manifesto programmatico della band, per restare impressionato dal talento pop dei sette svedesi. In effetti, come recita il titolo del pezzo, è come se da ogni nota suonata dagli Isola emergesse un irrefrenabile ottimismo, l'entusiasmo di fare musica insieme, con l'unica finalità di costruire qualcosa di bello, di piacevole, di colorato e, in fondo, di unico. 
I 6 pezzi dell'EP si dividono quindi tra momenti più mossi e varipinti (Old Friends, Be Safe / Be Sound) ed altri maggiormente atmosferici (la splendida ballata Flowers, la morbida delicatezza della conclusiva Circles), trovando sempre - in modo più spontaneo che costruito - la quadratura del cerchio.
Consigliato a chi vuole ascoltare qualcosa di bello e di diverso.


20 agosto 2016

Tape Waves - Here To Fade [ALBUM Review]

I Tape Waves, di Charleston, North Carolina, sono ormai un nome conosciuto nel mondo indie pop. Due anni fa Let You Go, il loro album di debutto con palme e cielo crepuscolare sulla copertina, ha fatto apprezzare non poco il suono etereo, elegante e dilatato della band. 
Here To Fade, l'opera seconda di Kim e Jarod Weldin, prosegue sulla medesima linea, disegnando i paesaggi morbidi e sfumati che già conoscevamo dagli esordi dei Tape Waves. Le 10 canzoni del lotto si succedono una dopo l'altra quasi senza soluzione di continuità, attingendo colori pastello dalla medesima tavolozza onirica e mettendoli sulla tela con mano più che gentile. Dall'iniziale So Fast alla conclusiva Morning Time la coerenza stilistica del duo di Charleston è granitica: una chitarra acustica appoggiata sulle placide trame jangly dell'elettrica, la voce diafana e sottile di Kim a guidare lungo melodie di sfuggente dolcezza, dei sinth a fare da impalpabile bordone, un'atmosfera carezzata da una quieta brezza estiva, quella fragilità sognante che possiamo trovare anche nei dischi degli Eternal Summers, degli Echo Lake, dei Go Cozy. 
Alla lunga può affiorare un po' di ripetitività, ma l'album è senz'altro dotato di grande fascino.


16 agosto 2016

Starry Eyed Cadet - Places We Don't Belong [ALBUM Review]

Stando a quanto scrivono di sè, i californiani Starry Eyed Cadet sono cresciuti a pane e Sarah Records. Ascoltando le canzoni di Places We Don't Belong, il loro primo album dopo un EP d'esordio uscito un paio d'anni fa, non possiamo che confermare che deve essere stato così. 
I cinque di San Francisco non sono dei ragazzini (un paio di membri hanno suonato nei Marine Life), tutti compongono e cantano, e possono evidentemente vantare dei voti alti in storia dell'indie pop, in tutte le sue incarnazioni possibili. 
Nei nove episodi del disco troviamo un tocco leggero di noise pop, delicate carezze twee (soprattutto grazie alla voce di Sally Jati), fresche chitarre jangly, un po' di zucchero filato dream pop, dichiarate nostalgie sixties, echi della K Records ma anche della Elefant, melodie sfrontatamente catchy, florilegi di cori e coretti, ritmi sorridenti e uptempo, e in definitiva un'idea di pop song estiva e solare, adattissima a questo periodo. 
Non cala davvero mai l'ombra sui pezzi degli Starry Eyed Cadet, e in alcuni momenti - citiamo giusto l'irresistibile On The Run, Reaction, Social Call e l'iniziale Worlds Collide - un ascolto prolungato potrebbe procurarvi persino una piacevole abbronzatura. 
Affrettatevi prima che arrivi l'autunno!