24 gennaio 2017

Squirrel Flower - Contact Sports [EP Review]

In questo mese di gennaio ho davvero faticato a trovare dischi nuovi di cui valesse la pena spendere più di qualche parola. Ho ascoltato alcune cose interessanti (l'album di debutto dei Nearr, per esempio, per stare nell'ambito di una decorosa nostalgia C86), ed altre semplicemente noiose. 
Fino a quando non mi sono imbattuto in questo EP di Squirrel Flower che, finalmente, ha fatto scoccare la scintilla, pur non essendo propriamente indie pop.
Diciamolo subito: Ella Williams, la musicista attorno a cui è costruita la band, ha una delle voci più belle che abbia mai sentito. Sensuale e misurata, educatissima ma al contempo naturale, perfettamente rotonda ed al contempo colorata da una sorta di meditata introversione. 
Le sei canzoni di Contact Sports sembrano promanare quasi magicamente dalla voce di Ella ed adattarsi come abiti ad essa. Musicalmente siamo dalle parti di un cantautorato di essenziale densità emotiva, che potrebbe ricordare il lirismo notturno di una Sharon Van Etten (Conditions), la rabbia controllata di una Mitski (Not You Prey) o l'amara dolcezza di una Lera Lynn (Heavy). Non c'è molto di più della voce di Ella e di una chitarra satura di elettricità nelle canzoni di Squirrel Flower, e pure con questa economia di mezzi, una superficie sonora apparentemente quieta viene costantemente increspata con una poderosa forza espressiva. 

18 gennaio 2017

Slowdive - Star Roving [SINGLE Review]

La biografia degli Slowdive per i loro irriducibili fan (tra i quali il sottoscritto) sa di leggenda: emersi dal magma post punk dei tardi Ottanta, insieme ad un altro pugno di talentuosi grupi inglesi hanno dato vita al movimento shoegazer, pubblicando solo tre album formidabili prima di sciogliersi, dopo pochissimi anni di ispiratissima attività. Poi, all'improvviso, tre quinti della band è riapparsa in una reincarnazione folk-pop, Mojave3, che sembrava aver distillato in modo prodigioso il miele elettrico della formazione originaria trasformandolo in nettare acustico lungo cinque album di cui almeno tre (i primi) sono capolavori. Qualche abbozzo di carriera solista riempie gli anni che seguono, a conferma soprattutto delle doti cantuautorali del leader storico Neil Halstead. Nel 2014 l'operazione nostalgia: venti show con la formazione originale degli Slowdive, a rimettere sul palco le canzoni di Souvlaki e Pygmalion in un tour estivo. Niente di originale, certo. Almeno fino a quello che stiamo ascoltando oggi.
Star Roving, la prima nuova  canzone degli Slowdive in 22 anni. 
Halstead, Rachel Goswell e compagni oggi veleggiano verso i cinquant'anni, ma il pezzo che la band di Reading ci regala oggi sembra idealmente uscito da una session del '91 per Just For A Day. C'è tutto degli Slowdive che abbiamo amato: l'eterea semplicità, la morbida energia delle chitarre che si sovrappongono, le distanze che si allungano senza abbandonare i confini della forma canzone, la voce di velluto di Neil che adesso ci sembra così consueta e confortante. 
Tutto così bello e perfetto che un po' sembra anche a me di essere più giovane di vent'anni...
Pare - ma non c'è una conferma ufficiale - che il 2017 vedrà alla luce un intero album. Aspettiamo con le dita incrociate.


 

12 gennaio 2017

Dripping Wet - Friends Forever [EP Review]

Al grido (sottovoce) di "bedroom pop rules the world", i ragazzi della Boring Productions di Shenzhen - ne abbiamo parlato per un paio di buone uscite l'anno passato - continuano nella loro programmatica e un po' sotterranea opera di celebrazione dell'estetica twee. Spesso pubblicando artisti cinesi innamorati del Sarah Records sound, e talvolta, come in questo caso, mettendo insieme le uscite precedenti di una band, i Dripping Wet, che sono niente meno che texani. 
L'EP che ne è venuto fuori, intitolato Friends Forever, colleziona le sette canzoni finora pubblicate dai cinque di Denton e, se non conoscevate - come me - i Dripping Wet, vi assicurerà 23 minuti di indie pop di scintillante livello, nella sua totale e spontanea semplicità da cameretta. 
Il guitar pop dei texani - chitarre jangly d'ordinanza, armonie vocali basilari e piacevoli (gli sha la la la uh sono un ingrediente irrinunciabile), ritmiche placide che al momento giusto si fanno più vivaci e melodie zuccherate al punto giusto - è quanto di più limpido e lineare possa desiderare un appassionato del genere. C'è insomma, per farla breve, quell'amore per la forma canzone che è il tratto fondamentale dei bravi artigiani indie pop: prendete She's Not Mine o Everything Dies e provate se al secondo ascolto già non vi si sono appiccicate addosso con i loro giri di miele.

06 gennaio 2017

The Crystal Furs - The Crystal Furs [ALBUM Review]

Viene spontaneo, mentre si ascoltano le canzoni dell'album d'esordio dei Crystal Furs, immaginare i tre musicisti nelle strade caliginose della Bristol dell'era Sarah Records, o nella Glasgow dei Pastels e dei Belle And Sebastian. E invece Kevin Buchanan e i suoi due compagni d'avventura vengono da un posto apparentemente improbabile per un indie pop così colto e raffinato, Fort Worth in Texas. Ma in fondo da sempre l'indie pop fiorisce in provincia, quindi la meraviglia non è così giustificata.
Già attivo da anni con una band, Pentacon Six, che seguivo con interesse su bandcamp, Buchanan ha affidato alla voce di Amanda Hand le sue nuove canzoni e ha messo in piedi The Crystal Furs come progetto che non nasconde le proprie ambizioni.
I nove pezzi contenuti nel debutto discografico dei texani sono in effetti una consapevole rincorsa alla perfect pop song, che passa attraverso ritmi gioiosamente uptempo, chitarre jangly, un organo profumato di sixties e melodie sempre ariose. 
Già la torrenziale infilata dei primi tre pezzi (Quit You, Weightless, Miss Hughes) è una salutare sferzata di buonumore, ma è con Summer's Over e World Of Tomorrow che i Furs si avvicinano con forza e spontaneità a quel modello Heavenly che sembra a tratti palesarsi in modo esplicito tra un episodio e l'altro. Il tutto all'insegna di quello spirito artigianale e DIY che ci si aspetta da una band del genere. 
Da non perdere per iniziare con brio il 2017.


 

31 dicembre 2016

BEST 2016 (ALBUM)



10

Starry Eyed Cadet – Places We Don’t Belong
Consapevolmente indie pop fino al midollo, la band californiana traccia in nove canzoni una dettagliata mappa del genere, nostalgica e vitale al tempo stesso: una vera enciclopedia twee in miniatura. 


9

Free Cake For Every Creature – Talking Quietly Of Anything With You
Lo-fi che più di così non si può (chitarra, basso e batteria, registrazioni da cameretta), le canzoni gentilmente uptempo di Katie Bennett – due minuti la durata media – hanno un potenziale melodico, spontaneo, obliquo e vagamente stralunato, che è una bomba. 

8
Japanese Breakfast - Psychopomp
Concept album sulla perdita della madre, il disco di Michelle Zauner è senz’altro uno strano oggetto, un’altalena emozionale che utilizza il linguaggio indie pop con un esplicito scopo catartico, tra denso intimismo e inattesi crescendo melodici.


7
Fear Of Men – Fall Forever
Il difficile seguito di un capolavoro come “Loom” è, per l’appunto, un album volutamente più difficile, a tratti intangibile nella sua algida perfezione sonora. Tuttavia tutto ciò che tocca Jessica Weiss sembra rifulgere immediatamente di un fascino speciale, e le canzoni di “Fall Forever” possiedono una personalità ed un inquieto nitore che non possono lasciare indifferenti. 

6
Linda Guilala – Psiconàutica
Il dream pop a colori della band spagnola si muove in paesaggi di riverberi e zucchero, dove il confine tra una canzone e l’altra sfuma, senza perdere mai l’immediatezza melodica che è il marchio di fabbrica di Eva e compagni, ma con l’ambizione di costruire un album di potente suggestione.


5
Frankie Cosmos – Next Thing
Greta Kline (la figlia di Kevin) non è intonatissima e non è una musicista sopraffina, ma non sono in tanti a saper scrivere canzoni come lei. Con un corredo produttivo che più DIY di così non si può, la newyorchese mette in fila una serie di piccoli inni indie pop venati di ironico intimismo e con sorniona nonchalance riesce dove l’anno passato era riuscita Waxahatchee.


4
Flowers – Everybody’s Dying To Meet You
Al secondo album la band londinese conferma di avere una marcia in più rispetto a tanti gruppi che oggi rivificano le radici fine ’80 / primi ‘90 dell’indie pop. Con sobrietà, intelligenza e classe sopraffina Rachel Kenedy e compagni mettono in fila dieci episodi fatti di chitarre ruvide e melodie di limpida dolcezza.


3
Scooterbabe – The Sorrow You’ve Been Toting Around
Un po’ Pavement, un po’ Neutral Milk Hotel, un po’ Buit To Spill, gli Scooterbabe di JJ Posway sembrano (o forse sono) una di quelle band che ritrovi a suonare in garage in una qualsiasi anonima periferia americana. Il loro album d’esordio rivela però, nella sua dimensione totalmente artigianale, una urgenza espressiva, un songwriting complesso, una gioiosa energia ed una capacità pop davvero entusiasmanti.


2
Beverly – The Blue Swell
Il secondo album dei Beverly è il perfetto catalogo indie pop di oggi. Drew Citron e Scott Rosenthal sono l’ennesima reincarnazione dei Jesus And Mary Chain, nutriti di vent’anni di tradizione guitar pop e capaci di spingere a piacimento ora sul pedale dell’immediatezza ora su quello dell’inquietudine in chiaroscuro. E “Crooked Cop” con la sua circolarità jangly è già un classico. 


1
Neleonard – Las Causas Perdidas

Seguendo la lezione dei primi Belle And Sebastian, dei Divine Comedy o dei maestri La Buena Vida, la band catalana è arrivata al suo primo album in forma strepitosa, dando vita a dodici canzoni di preziosa e scintillante bellezza pop, spontanee e raffinatissime al tempo stesso, beatamente al di sopra dei generi. Attorno alle voci quiete di Laura e Nele un morbido e luminoso giardino elettro-acustico, ricco di archi, fiati, sinth e tutto quello che serve per rendere indimenticabile ogni pezzo.